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Primo maggio: «Difendiamo il lavoro giornalistico, difendiamo l’informazione»

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L'Asva in piazza per la libertà d'informazione, a novembre 2018

In occasione della Festa dei lavoratori, pubblichiamo un intervento del presidente dell’Associazione Stampa Valdostana, Daniele Mammoliti

Un Primo maggio senza celebrazioni. Un Primo maggio che per qualcuno è senza lavoro. La crisi socio-economica frutto avvelenato del coronavirus mette a nudo tutta la debolezza di un sistema che si credeva indiscutibile e immutabile. Diversi settori sono fermi da mesi a causa del lockdown, che finora è risultato essere l’unico strumento per combattere il contagio. Altri si sono dovuti reinventare – e dovranno farlo nella prossima incerta “fase 2” – adeguandosi alla limitazione del distanziamento sociale. Ci è voluta una pandemia per applicare strumenti per anni osteggiati o volutamente mai applicati come il lavoro da casa. Ci è voluta una pandemia per capire quante possibilità offra la rivoluzione digitale, ormai vecchia di decenni, per modernizzare la pubblica amministrazione, ridisegnare il settore della distribuzione, dare nuove idee a ristorazione e piccolo commercio in generale. Innovazioni forzate, che non è scontato siano tutte considerabili “avanzamenti”: il cosiddetto smart working, in Italia, sta proliferando tra dubbi interpretativi e problemi di applicazione in assenza di una disciplina cristallizzata; la distribuzione basata sull’online rischia di consolidare posizioni già dominanti; l’economia del delivery può diventare terreno di sfruttamento del precariato, esponendo i lavoratori più fragili a impegni sottopagati e in condizioni di sicurezza non garantite.

Anche il mondo del giornalismo ha dovuto affrontare questi mesi di emergenza sanitaria interrogandosi sulla propria identità e sul proprio futuro. Mentre radio e televisione si sono riscoperte indispensabili, almeno nelle prime settimane dell’emergenza, salvo assistere ad un lento e inesorabile calo di ascolti, la carta si è ancora una volta scontrata con i suoi limiti. Diverse aziende editoriali sono state obbligate a fare i conti con anni di ostinata resistenza alla valorizzazione degli strumenti telematici. Gran parte dell’informazione è passata per i canali online, dove il panorama vede convivere testate giornalistiche rigorose e ineffabili siti dispensatori di fake news acchiappaclic. Nel complesso la crisi ha frustato il settore tutto e a pagare, ancora una volta, sono stati in primis i lavoratori dell’informazione: quelli dipendenti, su cui si allungano ombre di tagli, prepensionamenti e casse integrazioni; quelli autonomi, alle prese con un precariato che in queste settimane è diventato ancor più instabile.

Anche in Valle d’Aosta il mondo dell’informazione sta facendo i conti con le conseguenze del coronavirus. Hanno sofferto i colossi, come l’unico quotidiano dotato di una redazione sul territorio che per settimane ha deciso di interrompere l’edizione locale, ora ripristinata non senza difficoltà. Ma i problemi maggiori sono per le testate a diffusione regionale, che a fronte dei loro piccoli numeri hanno dovuto affrontare il crollo del mercato pubblicitario, le complicazioni legate alle difficoltà di lavorare sul campo e, per l’editoria della carta, sulla contrazione delle vendite e sulle problematiche legate al percorso elaborazione-stampa-diffusione.

In questi giorni la 2ª commissione permanente Affari generali del Consiglio regionale sta svolgendo audizioni per la messa a punto di ulteriori misure di sostegno all’economia valdostana. Non è mancata l’attenzione al settore dell’informazione: mercoledì pomeriggio i consiglieri hanno ascoltato in videoconferenza anche il sottoscritto, oltre a una delegazione di editori per un confronto su eventuali provvedimenti mirati. Come ho dichiarato di fronte alla commissione, l’Associazione Stampa Valdostana non potrà appoggiare alcun tipo “aiuto a pioggia” che alla fine penalizzerebbe soprattutto gli imprenditori che hanno investito e che stanno investendo nel settore, a favore di chi ritiene di poter fare editoria a costo zero. Per l’Asva l’accesso a fondi pubblici può solo essere concepito parametrando ogni forma di sostegno ai costi di produzione, a cominciare dal costo del lavoro. Un punto di vista che per l’Asva è quantomeno lapalissiano, ma che pare essere meno scontato di quanto non si creda. Aver ascoltato, durante quella audizione, editori secondo cui «non è scritto da nessuna parte che un giornale debba avere dei dipendenti» conferma la necessità di difendere con tutte le forze il valore del lavoro.

Ed è anche per questo, colleghe e colleghi, che oggi più che mai vogliamo augurare a tutte e a tutti un buon Primo maggio, ricordando che per il sindacato è Primo maggio tutto l’anno.

Daniele Mammoliti
presidente dell’Associazione Stampa Valdostana