Home Notizie Per l'8 marzo, Asva e Fnsi rilanciano l'impegno del Manifesto di Venezia

Per l'8 marzo, Asva e Fnsi rilanciano l'impegno del Manifesto di Venezia

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Il manifesto di Venezia

Care colleghe e cari colleghi,
stiamo vivendo un momento particolarmente complesso e delicato per la nostra professione, che si trova ad affrontare l’emergenza con l’obbligo deontologico di informare con imparzialità e correttezza. Eppure, anche in questi momenti durante i quali la cronaca viaggia veloce, è più che mai importante ricordare e consolidare la strada fatta fino a questo punto.

Per questo, in occasione della celebrazione della Festa della Donna, che quest’anno passerà volente o nolente in sordina, schiacciata dagli eventi, come Associazione Stampa Valdostana abbiamo pensato di proporvi uno spunto di riflessione. Si tratta di un documento, il Manifesto di Venezia, frutto dell’idea e dell’elaborazione congiunta che ha coinvolto la Commissione pari opportunità della Federazione nazionale della stampa italiana, il Sindacato giornalisti Veneto, la Commissione pari opportunità dell’Usigrai, l’associazione GiULiA giornaliste.

Il Manifesto di Venezia ha compiuto due anni lo scorso 25 novembre. Non è una carta deontologica, ma vuole essere un punto di partenza per sviluppare un percorso di presa di coscienza e di assunzione di responsabilità: sottoscriverlo e applicarlo significa impegnarsi in prima persona nel promuovere un linguaggio rispettoso della persona e della parità di genere.
Buona lettura e buon 8 marzo!

Valentina Antonelli
Referente per l’Asva nella Commissione pari opportunità della Fnsi

Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti
per il rispetto e la parità di genere nell’informazione
contro ogni forma di violenza e discriminazione
attraverso parole e immagini

Noi, giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche. La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità.

Pertanto riteniamo prioritario:

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori;

2. adottare un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia, ai contenuti e alle immagini divulgate;

3. adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale;

4. attuare la “par condicio di genere” nei talk show e nei programmi di informazione, ampliando quanto già raccomandato dall’Agcom;

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;

6. sottrarsi a ogni tipo di strumentalizzazione per evitare che ci siano “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi subisce e a chi esercita la violenza;

7. illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere;

8. mettere in risalto le storie positive di donne che hanno avuto il coraggio di sottrarsi alla violenza e dare la parola anche a chi opera a loro sostegno;

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10. nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare:
a. espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili;
b. termini fuorvianti come “amore”, “raptus”, “follia”, “gelosia”, “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento;
c. l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale o “oggetto del desiderio”;
d. di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via;
e. di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.