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Freelance e autonomi eleggeranno i propri rappresentanti

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Domani, mercoledì 30 ottobre, alle 20,30, nella sede dell’Asva si riunisce l’assemblea regionale dei giornalisti lavoratori autonomi valdostani per l’elezione dei propri rappresentanti negli organismi nazionali e regionali.

Pubblichiamo qui l’invito al voto del coordinatore della Commissione lavoro autonomo nazionale, Mattia Motta

In tutta Italia, fino al 31 ottobre, le Associazioni regionali di stampa stanno convocando le elezioni per la nuova rappresentanza del lavoro autonomo. Queste consultazioni sono le prime dopo l’attesa riforma statutaria del 24 giugno 2019, quando il Consiglio nazionale della Federazione della stampa ha votato nuove regole per gli assetti del lavoro autonomo. L’obiettivo è fornire tutele e rappresentanza più incisiva dei giornalisti non dipendenti all’interno di Associazioni regionali e Fnsi – stiamo parlando, come noto, della parte attualmente maggioritaria della professione (67 per cento). Si tratta di comporre, da un lato, commissioni e assemblee regionali con il relativo presidente, designato, quest’ultimo, dall’organismo esecutivo dell’Assostampa e anche di eleggere un rappresentante lavoratore autonomo che entrerà di diritto nella commissione lavoro autonomo nazionale (Clan-Fnsi).

Per la seconda consiliatura sono stato chiamato dai colleghi della giunta federale e dal segretario, Raffaele Lorusso, a presiedere la Clan-Fnsi. Questa volta, tuttavia, la posta in palio per gli organismi di rappresentanza del lavoro autonomo è la più alta di sempre. Si tratta di organizzare sul territorio, dentro e fuori le redazioni e sul piano politico-sindacale, quella parte di professione fino ad oggi ai margini del contratto e, quindi, delle tutele. Si tratta di giornalisti spesso sfruttati, senza diritti né tutele. Questa tornata elettorale rischia di passare sottotraccia perché i “posti” in palio hanno una caratteristica unica: garantiscono tanti grattacapi, nessuna gloria, e tanto lavoro improntato in una prima fase all’organizzazione e alla piena consapevolezza dei colleghi.

L’occasione, tuttavia, è quella di rappresentare al meglio un mondo del lavoro profondamente cambiato negli ultimi 25 anni, ossia da quando la professione è stata travolta dal “precariato”. Un tempo essere giornalista freelance era sinonimo di buoni compensi, libertà di manovra e alti livelli di professionalità. Oggi i fattori sono invertiti: partite Iva e collaboratori nascondono un lavoro dipendente e i freelance sono spesso sfruttati e senza tutele. Da oggi potranno avere una rappresentanza più chiara e definita, con strumenti a disposizione per ristabilire equità nel mondo del lavoro giornalistico. In questa fase serve il contributo di tutte e tutti. Partecipate.

L’auspicio è che questa fase contribuisca a compattare la comunità giornalistica dopo anni di divisioni fomentate da chi, con la “pancia piena”, additava i colleghi contrattualizzati responsabili dei mali di coloro che erano esclusi dal contratto nazionale di lavoro giornalistico. Da chi escludeva dalle vertenze aziendali quei giornalisti pagati “a pezzo” che restavano in attesa di sapere, alla fine, di quanto sarebbero stati tagliati compensi già miseri. Da chi, forse proprietario di una sorta di “macchina del tempo”, ha inteso utilizzare i colleghi ultimi della fila come pedine utili a sciacallaggio politico-sindacale interno alla categoria, con la malcelata intenzione di mantenere privilegi nati in altri tempi, tempi di “vacche grasse” incompatibili con la crisi economica e industriale di cui è stato vittima il settore.

Infatti, il disposto combinato di nuove tecnologie che hanno sconquassato la dorsale dell’informazione e la fruizione stessa dei contenuti, e le crisi aziendali che hanno visto migliaia di colleghi espulsi dal mercato del lavoro ha rappresentato un terremoto che ha fatto crollare diversi livelli di tutela. E il più colpito, oggi, è il livello di rappresentanza degli “ultimi”. In questo contesto è esploso il precariato giornalistico. Un tema che per l’Authority delle comunicazioni (AgCom) ha avuto «effetti negativi sulla qualità della democrazia italiana», colpendo i cittadini e il loro diritto di essere informati da giornalisti liberi (anche dal bisogno materiale) e indipendenti.

Queste che si stanno aprendo, quindi, non sono elezioni come le altre per i precari dell’informazione. Sono un primo passo, in una nuova fase. E lo sanno bene la segreteria e la giunta esecutiva della Fnsi che sul tema dei giornalisti precari hanno alzato la voce e posto il problema sia nell’interlocuzione politica, sia nei confronti degli editori e nel contesto delle grandi battaglie fondamentali della professione. Il tema dei giornalisti precari è posto dalla Fnsi quando si parla di minima retribuzione, dei contributi al settore (con meccanismi premiali per gli editori corretti e “black list” per gli altri), nelle battaglie per la libertà di stampa e contro le “querele bavaglio”, nelle minacce fisiche e nelle grandi questioni di genere (quante donne sono presenti ai vertici delle redazioni?).

La Federazione della stampa, la prima a sottoscrivere un contratto collettivo di lavoro in Italia nel 1911, inserì a distanza di più di un secolo, nel 2013, un accordo specifico sul lavoro autonomo giornalistico. Fu il primo inserito in un contratto nazionale. Accordo precorritore di norme poi inserite dal legislatore a tutela dei parasubordinati e autonomi, ma che ancora non trova la minima applicazione nei suoi fondamentali nelle aziende afferenti alla Fieg. Le tappe immaginate alla base di questo percorso di rappresentanza sono chiare: consapevolezza, rappresentanza, tutela, vertenza. Sommando questi fattori non si compie una semplice addizione.

Laddove questo percorso per i non dipendenti giornalisti è stato avviato ha dimostrato, sul piano pratico, di aver aumentato la competitività aziendale. La “foglia di fico” utilizzata dai capi del personale secondo i quali i collaboratori giornalisti di un quotidiano – magari locale – sono in realtà altrettanti professionisti che non c’entrano nulla l’uno con l’altra è caduta. Organizziamoci, nel sindacato, e apriamo fronti sindacali per rivendicare retribuzioni corrette, un’organizzazione del lavoro coerente con l’autonomia professionale prevista per i freelance e facciamoci sentire con una sole voce (magari dopo aver discusso nei luoghi deputati a farlo).

Ai colleghi precari come me, rivolgo un appello: bussate alle porte delle Assostampa. Quelle porte, statene certi, dovranno essere spalancate e oltre all’uscio troverete comprensione, passione e competenza. Le sfide dei giornalisti e delle giornaliste 4.0 si vincono con un sindacato forte, coeso e aperto. Accettiamo la sfida?